domenica 18 gennaio 2026

“Francesco. Il primo italiano” di Aldo Cazzullo

Il libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco si presenta come un’opera che sfugge alle definizioni canoniche. Non è una biografia in senso stretto, né un semplice saggio storico: è piuttosto un percorso attraverso le molteplici sfaccettature della vita del santo, la sua storia, la sua storiografia, la sua eredità spirituale e culturale. Cazzullo non si limita a raccontare Francesco: lo osserva da angolazioni nuove, lo mette in dialogo con il nostro presente, lo restituisce alla sua complessità.

Già dalle prime pagine l’autore sorprende il lettore con un accostamento inatteso: la vita di Francesco paragonata a quella del Buddha, nella figura di Siddhartha. Un parallelismo che evidenzia punti di contatto sorprendenti come la rinuncia, la ricerca interiore, la compassione, ma anche differenze profonde. È un’apertura che incuriosisce e invita a proseguire la lettura, perché suggerisce che il libro non seguirà strade prevedibili, ma tenterà di illuminare zone meno esplorate.

Di San Francesco conosciamo i dogmi più celebri: l’amore per la natura, il rispetto per la dignità umana, la fratellanza universale. Eppure la sua figura, a differenza di quella di molti altri santi, non si è mai cristallizzata. Attraversa i secoli riuscendo a rimanere estremamente moderna.

Cazzullo insiste su un aspetto spesso trascurato: Francesco non era soltanto il santo sorridente che parlava agli uccelli. Era un uomo attraversato da passioni forti, capace di dolcezza ma anche di decisione. Un ribelle quando necessario, capace di durezza e fermezza. La sua gioia non era ingenuità, ma scelta consapevole, frutto di una visione radicale della vita.

Francesco cresce in un’epoca di grandi trasformazioni: le città si espandono, le università nascono, il denaro circola, le banche si consolidano, le crociate infiammano l’immaginario collettivo. È un mondo in fermento, in cui tutto sembra muoversi.

In questo contesto, la sua rivoluzione non viene condannata, come accadde ad altri movimenti spirituali, perché non mirava a demolire la Chiesa, ma a riportarla alla sua essenza. La sua povertà non era protesta politica, ma testimonianza spirituale. La sua ribellione non era distruttiva, ma rigeneratrice.

Le fonti su Francesco sono numerose, contraddittorie, talvolta poco credibili. Alcune sono state scoperte solo recentemente; altre sono state manipolate o reinterpretate dalla Chiesa per ragioni storiche e politiche fin da subito dopo la morte di Francesco. È un terreno complesso, dove la santità rischia di trasformarsi in leggenda e la leggenda di oscurare l’uomo.

Cazzullo affronta questo labirinto con l’attenzione del giornalista e la sensibilità del narratore. Cerca di distinguere ciò che è storicamente plausibile da ciò che appartiene alla costruzione agiografica, ciò che davvero proviene da Francesco da ciò che gli è stato attribuito. Il risultato è un ritratto più umano, più sfaccettato, più autentico.

Il libro di Cazzullo riesce restituisce un San Francesco vivo, complesso, sorprendentemente moderno. Non un’icona immobile, ma un uomo che ha attraversato il suo tempo con una forza rivoluzionaria e una visione limpida. La lettura lascia la sensazione di aver incontrato davvero Francesco, non quello delle immagini edulcorate, ma quello vero: appassionato, ribelle, innamorato della vita e dell’umanità. È un saggio che non solo racconta, ma invita a riflettere.

 

 

mercoledì 7 gennaio 2026

“Dryadem. La leggenda” di Marie Albes

Ayres ha ventidue anni, ma porta addosso un senso di colpa antico, pesante, che le impedisce di vivere la sua età con la leggerezza che meriterebbe.

La sua vita scorre in una routine fatta di piccoli lavori: al mattino tra i profumi di carta e polvere della libreria antiquaria, al pomeriggio tra i colori delicati di un negozio di fiori. Una quotidianità silenziosa, quasi sospesa, che sembra proteggerla e imprigionarla al tempo stesso.

Poi, il destino bussa alla sua porta. Ha il volto di un ragazzo affascinante, James, che irrompe nella sua vita con una richiesta impossibile: ha bisogno di lei per spezzare una maledizione lanciatagli da una giovane strega.

Ayres non sa cosa pensare. Dubbi, paure, esitazioni la assalgono. Eppure, qualcosa dentro di lei la spinge ad accettare, forse perché quel viaggio non è solo la ricerca di un modo per sciogliere un incantesimo, ma anche l’occasione per ritrovare se stessa, per capire finalmente chi è davvero.

“Dryadem. La leggenda” è il primo volume di una trilogia fantasy decisamente particolare. Non si limita a raccontare una storia di magia: intreccia cultura celtica, miti antichi, divinità dimenticate, stregoneria e leggende.

Il ritmo iniziale è piuttosto lento e fatica un po’ a ingranare. Tuttavia, una volta che la storia prende avvio, gli eventi si incastrano con coerenza e la trama si ricompone in modo convincente.

I personaggi sono numerosi, ma è Ayres quella che rimane nel cuore del lettore e non solo perché è la protagonista della storia. Fragile e forte, smarrita e determinata, è una giovane che cresce, che sbaglia, che cerca. Quello di Ayres è un viaggio dentro la magia e dentro se stessa.

Non è possibile considerarlo un romanzo autoconclusivo: troppi misteri restano sospesi, troppe domande attendono risposta. E così, una volta chiusa l’ultima pagina, non resta che proseguire il viaggio ed immergersi nel seguito della saga.

Una storia affascinante, ricca di magia e di ombre, che parla di destini intrecciati e di identità da ritrovare. Un inizio che promette molto e che invita a restare.



venerdì 26 dicembre 2025

“Bushidō” di Inazō Nitobe (a cura di Tea Pecunia)

Tea Pecunia, nella sua introduzione, ci presenta l’autore dell’opera: Inazō Nitobe (1862–1933). Inazō Nitobe trascorse gran parte della sua vita lontano dal Giappone, vivendo per molti anni negli Stati Uniti e in Europa. Fu una figura straordinariamente versatile: docente, rettore universitario, economista agrario, diplomatico, politico e persino esperantista. Credeva profondamente nel progetto dell’Esperanto, una lingua pianificata per favorire il dialogo tra i popoli, costruita con elementi provenienti dal latino, dall’italiano, dal francese, dall’inglese, dal russo e dal polacco.

Forse fu proprio questa sua naturale inclinazione al dialogo a spingerlo a scrivere la sua opera più celebre, con l’intento di rispondere alle domande degli occidentali sull’etica giapponese. Il libro lo rese noto in tutto l’Occidente, pur attirando numerose critiche per alcune inesattezze storiche, per certi limiti interpretativi e per quelle che alcuni giudicarono forzature prospettiche. Eppure, ancora oggi, rimane il testo più diffuso sul Bushidō.

Inazō Nitobe cerca costantemente di individuare affinità e punti di contatto tra la cultura occidentale e quella giapponese, un compito tutt’altro che semplice. Così, ad esempio, mette in relazione lo spirito cavalleresco medievale con il Bushidō dei samurai: due realtà profondamente diverse, ma accomunate da alcuni valori morali fondamentali.

La mia impressione, leggendo anche altri autori giapponesi che trattano gli stessi temi, è che Inazō Nitobe sia riuscito a “occidentalizzare” il concetto di Bushidō, rendendolo quindi più accessibile al lettore europeo. La sua sensibilità, spesso vicina al modo di pensare occidentale, emerge chiaramente e facilita la comprensione di chi si avvicina a questi argomenti senza alcuna conoscenza preliminare. Nonostante ciò, il suo pensiero resta profondamente permeato dalla mentalità giapponese: pur avendo ricevuto un’educazione occidentale e pur essendosi convertito nel corso della sua vita al cristianesimo, Inazō Nitobe non rinnega mai il proprio retaggio culturale. Un po’ come accade a noi italiani che restiamo legati, spesso anche inconsciamente, alle nostre radici regionali, così Inazō Nitobe rimane profondamente ancorato alla tradizione del Giappone.

Nel trattare il tema, l’autore ricorre spesso a parallelismi tratti dalla storia e dalla letteratura europee, nel tentativo di avvicinare il lettore straniero a una materia complessa e distante. E, a mio avviso, ci riesce pienamente. Il testo è suddiviso in vari capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del Bushidō: le sue origini, le fonti, il carattere, l’insegnamento, l’influenza sulle masse, la continuità nel tempo e la sua persistenza nel presente. Il Bushidō viene presentato come un codice morale che i samurai erano tenuti a osservare con rigore.

Inazō Nitobe analizza virtù come benevolenza, cortesia, veridicità, onore, dovere, lealtà e dominio di sé: tutti elementi fondamentali dell’anima del Bushidō. Alcune descrizioni raggiungono una vera e propria poeticità, come quando parla delle celebri lame dei samurai, autentiche opere d’arte, che paragona alle loro rivali occidentali, come la spada di Toledo o quella di Damasco.

In definitiva, Bushidō è un libro stimolante, capace di ricostruire con vivacità il Giappone feudale. È un testo accessibile ai neofiti e a chi desidera avvicinarsi per la prima volta al mondo dei samurai, comprendere che cosa sia il Bushidō e quale eredità abbia lasciato nella cultura giapponese contemporanea. Un’opera che invita a riflettere su quanto di quell’antica etica sia sopravvissuto nel Giappone moderno, soprattutto se confrontato con la tradizione cavalleresca occidentale.



domenica 23 novembre 2025

“La libreria del venerdì” di Sawako Natori

All’interno della stazione ferroviaria di Nohara, un tranquillo sobborgo a nord di Tōkyō, si trova una libreria avvolta da un’aura di mistero. Secondo le voci che circolano in rete, chiunque vi entri riesce a scoprire proprio il libro di cui ha bisogno in quel preciso momento.

Fumiya, uno studente refrattario alla lettura, è alla disperata ricerca di un volume per il padre malato. Spinto dall’urgenza e dalla speranza, decide di varcare la soglia di questa insolita libreria.

La libreria del venerdì si  rivela un luogo magico: oltre agli scaffali colmi di volumi, ospita un piccolo spazio caffè dove vengono preparati piatti ispirati ai libri stessi e un magazzino sotterraneo immenso ricavato da un vecchio binario dismesso. A guidare questo mondo incantato ci sono tre figure: Makino, la direttrice, Yasu, il proprietario, e Sugawa, che si occupa dell’angolo ristoro.

Grazie a loro, Fumiya riscoprirà il piacere della lettura e  accetterà addirittura un lavoro part-time nella libreria, trasformando così quel rifiuto per i libri in una nuova passione.

Il romanzo di Sawako Natori si distingue per la sua originalità: i libri e i personaggi delle storie non restano soltanto sullo sfondo della vita dei protagonisti, ma si intrecciano con le loro esistenze e con quella di tutte le figure che popolano le pagine del romanzo. La letteratura, giapponese e non solo, diventa così il filo conduttore che dà voce e respiro alle vicende umane narrate fatte di emozioni. I sogni, le speranze, le paure, le illusioni e le fragilità dei protagonisti rispecchiano quelle dei clienti della libreria. Quegli stessi sentimenti vengono messi a nudo, indagati e trasformati grazie alla lettura e al suo potere curativo.

Diverse sono le tematiche affrontate in questo libro. Una, in particolare, riguarda l’incapacità di confrontarsi con le emozioni autentiche, abituati ormai a gestirle attraverso i social senza averne un’esperienza diretta. Un altro tema centrale è il rapporto tra genitori e figli: da un lato le aspettative dei primi, dall’altro il conflitto dei secondi, divisi tra il desiderio di affermare la propria personalità, realizzare i propri sogni e la paura di deludere chi li ha cresciuti. L’insicurezza emerge in ogni sua forma: dal timore di non essere abbastanza intelligenti o attraenti per suscitare interesse, fino alla sensazione di non meritare l’amore o l’amicizia di qualcuno.

Ho trovato il libro non sempre di facile lettura: in alcuni passaggi si avverte una certa fatica, soprattutto quando i romanzi citati non sono conosciuti dal lettore. Le soluzioni narrative proposte, talvolta, strappano un sorriso e appaiono volutamente sopra le righe, sfiorando il comico e persino l’assurdo. Tuttavia, è forse proprio questa sua eccentricità che contribuisce a renderlo un romanzo moderno, capace di riflettere con ironia e leggerezza sulle contraddizioni della nostra epoca.

Al di là delle sue particolarità narrative, l’opera conserva un senso profondo: invita a interrogarsi sul ruolo della letteratura nella vita quotidiana e sul potere che le storie hanno di trasformare, consolare e persino destabilizzare chi le legge.



 


martedì 11 novembre 2025

“L’apprendista” di Bruno Di Marco

Martino da Fano giunge a Urbino animato da un ardente desiderio: diventare pittore. Viene accolto nella bottega di Giovanni Santi, padre del piccolo Raffaellino, un bambino dal talento straordinario, destinato a un futuro luminoso nel mondo dell’arte.

Ma il destino di Martino prende una piega inaspettata. Poco dopo la morte di Giovanni Santi, viene strappato alla quiete della bottega e condotto a Palazzo Ducale. Qui, i pennelli e i colori lasciano il posto alle armi, all’inganno, allo spionaggio e all’arte del trasformismo. I migliori maestri lo istruiscono in ogni disciplina, affinando le sue abilità fino a trasformarlo nello Scorpio Major: una spia letale e silenziosa, capace di muoversi con astuzia in un mondo violento, intricato e pieno di insidie.

Il ritmo del romanzo nelle prime ottanta pagine è piuttosto lento e costellato di interrogativi. Il lettore si trova spiazzato, ma anche irresistibilmente attratto: l’apparente vaghezza degli eventi stimola la curiosità e invita a proseguire, nella speranza di scoprire dove la narrazione voglia condurre. Poi, all’improvviso, la trama si schiarisce: gli eventi si delineano con chiarezza e il racconto accelera, trasformandosi in una sequenza incalzante di colpi di scena e svolte impreviste che mantengono alta la tensione e catturano l’attenzione fino all’ultima pagina.

La narrazione si intreccia con la storia in modo puntuale. Sebbene nelle prime pagine il lettore, che abbia poca famigliarità con il Rinascimento, possa incontrare qualche difficoltà nel collocare gli eventi con precisione nel contesto storico, man mano che il racconto si sviluppa tutto diventa più chiaro e accessibile.

L’apprendista è un thriller storico in cui la fantasia regna sovrana. Per apprezzarlo appieno è necessario compiere un atto di fede e lasciarsi trasportare dall’immaginazione. Non è un romanzo per chi cerchi una ricostruzione storica rigorosamente fedele ai fatti: il personaggio di Raffaello è frutto di pura invenzione e si ispira alla ricca tradizione letteraria del travestimento.

Il Rinascimento, con la sua duplice anima, epoca di splendore artistico ma anche di guerre, intrighi e tradimenti, si rivela il palcoscenico ideale per una storia dai toni oscuri e avvincenti come quella narrata da Bruno Di Marco.

L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’epoca. Nella trama si integrano perfettamente le figure storiche, come quella di Cesare Borgia e di Leonardo da Vinci, ed eventi reali, come la strage di Senigallia e le lotte tra le famiglie baronali romane. A questi elementi si aggiungono dettagli più sottili e suggestivi, come le superstizioni e la diffusa fiducia negli oroscopi, che contribuiscono a rendere l’ambientazione ancora più viva e credibile.

Il romanzo si chiude con un finale aperto, una conclusione sospesa e carica di tensione che lascia nel lettore il sottile presentimento di un possibile ritorno sulla scena dei protagonisti.




domenica 2 novembre 2025

“Richelieu. La storia dell’uomo che governò la Francia” di Natascia Luchetti

Nel secondo capitolo della dilogia dedicata al cardinale Richelieu, Natascia Luchetti riporta in scena una figura storica tanto controversa quanto affascinante. Attraverso una narrazione avvincente e una rilettura attenta, l’autrice si confronta con il revisionismo storico più recente, che restituisce al personaggio nuove sfumature, meno cupe e più complesse rispetto alla tradizionale immagine negativa.

Richelieu è ormai salito al potere: è l’uomo più influente di Francia, primo ministro e confidente del re che si rivolge a lui con l’appellativo di “cugino”. Al suo fianco ritroviamo personaggi già incontrati nel primo volume, in particolare due figure centrali: madame de Winter, amica, amante, confidente, l’altra metà della sua anima, e Jonás, il conte di Rochefort, la sua guardia del corpo, il comandante delle sue guardie nonché il suo amico fraterno. Intorno a loro si muove una moltitudine di altri personaggi, ciascuno con un ruolo preciso nell’intricata rete di potere, passioni e intrighi che l’autrice tesse con estrema maestria.

Basato su solidi elementi storici e frutto di un’accurata ricerca d’archivio, questo secondo volume si sviluppa con un ritmo serrato, ricco di colpi di scena e svolte imprevedibili. Nulla è mai come appare, e il tradimento si annida proprio dove meno lo si aspetterebbe. La narrazione non perde mai il filo, mantenendo viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina.

Rispetto al primo volume, qui l’introspezione psicologica lascia più spazio all’intreccio narrativo, divenuto ancora più complesso e articolato. I protagonisti sono ormai noti al lettore, e l’autrice dimostra grande abilità nel costruire una trama avvincente senza mai cadere in errore, riuscendo a tenere alta la tensione per oltre novecento pagine. Un’impresa non da poco.

Vorrei soffermarmi sul personaggio di Louis XIII, che in queste pagine acquista una nuova regalità. Grazie alla guida di Richelieu, suo mentore, consigliere e, in fondo, padre spirituale, il re cresce, si forma, impara. Richelieu lavora per la Francia, e Louis è la Francia: questo il cardinale non lo dimentica mai, anche quando il sovrano non è all’altezza delle circostanze. Il loro rapporto, fatto di alti e bassi, è uno degli aspetti più riusciti del romanzo, e ne ho apprezzato profondamente l’evoluzione.

Il cammino dei grandi è sempre segnato da lotte e rinunce. Rinunce che Richelieu e il re sanno accettare, ciascuno a modo suo. Non altrettanto si può dire del fratello del re, Gaston d’Orléans, e ancor meno della madre, Maria de’ Medici, incapace di cedere il potere a un figlio ormai affrancato dalla sua influenza.

Questo secondo volume conferma pienamente le ottime impressioni lasciate dal primo. Non è facile mantenere le aspettative quando il debutto è stato tanto amato, eppure l’autrice riesce nell’impresa, dimostrandosi una narratrice di grande talento, capace di evocare atmosfere da grande romanzo ottocentesco. Un’autrice che, per stile e respiro narrativo, ricorda i grandi del passato: una sorta di Dumas contemporanea.

Ribadisco la mia convinzione: questa storia meriterebbe una trasposizione cinematografica o una serie TV. Sarebbe un piacere vederla prendere vita sullo schermo. Nell’attesa, non posso che consigliarvi caldamente la lettura di questi due splendidi romanzi: opere rare, ben scritte, costruite con intelligenza e passione, in cui l’amore per il protagonista traspare in ogni pagina.

 


domenica 19 ottobre 2025

“La congiura delle vipere” di Matteo Strukul

Il racconto prende vita in una Venezia dei primi del Seicento, avvolta da un’atmosfera cupa e misteriosa, dove fragranze seducenti si mescolano a veleni letali e gli intrighi scorrono silenziosi come le acque della laguna.

La Serenissima vacilla sotto il peso delle minacce: i mari sono infestati dagli Uscocchi, feroci corsari al soldo dell’Arciduca d’Austria, che assaltano le sue galee con brutale determinazione. Ma il pericolo più insidioso si annida tra le calli, dove forze oscure tramano nell’ombra per minarne le fondamenta.

Due figure emblematiche emergono al centro della vicenda: El Caigo, lo Spettro di Venezia, giustiziere mascherato che protegge i deboli e difende la città, e l’Invelenada, donna dal passato tormentato, consumata dal desiderio di vendetta, decisa a colpire il cuore stesso della Repubblica.
Le loro strade si incroceranno nel cuore di una congiura che minaccia di stravolgere il destino di Venezia. Ma i loro cammini si muoveranno su fronti opposti, in un gioco di specchi e inganni dove ogni maschera cela più di un volto e la realtà si piega alle regole delle ombre.

Matteo Strukul torna con un romanzo capace, come sempre, di tenere il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina. La trama è costruita con maestria, ricca di colpi di scena e suggestioni, in perfetto equilibrio tra affabulazione storica e tensione narrativa. La sua inconfondibile abilità nel descrivere battaglie e duelli è intatta: ogni scontro è vivido, palpitante, tanto da sembrare vissuto in prima persona, col fiato sospeso.

Rispetto alle opere precedenti, questo libro colpisce per l’attenzione ancora più marcata ai dettagli sensoriali. Non solo i personaggi, ma anche gli ambienti prendono vita con forza evocativa: odori, colori e atmosfere sono restituiti con precisione quasi tattile, soprattutto nelle scene che coinvolgono Rea, la giovane fuggita dalle grinfie dell’Invelenada grazie all’intervento di El Caigo.

Una novità interessante è la scelta di Strukul di delegare in misura maggiore ai suoi personaggi il compito di raccontare Venezia, le sue istituzioni, i suoi meccanismi interni. Se da un lato ciò rende alcuni dialoghi leggermente costruiti, dall’altro evita lunghe digressioni esplicative, mantenendo il ritmo serrato e la narrazione dinamica.

Come l’autore stesso sottolinea nelle note finali, il romanzo, pur fondato su una rigorosa ricerca storica, si concede maggiore libertà creativa rispetto al passato. Molti personaggi sono frutto della fantasia e la narrazione strizza l’occhio ai grandi romanzi d’appendice, intrecciando elementi picareschi con suggestioni gotiche che Strukul maneggia con naturalezza e talento.

Una delle qualità più sorprendenti dell’opera è la capacità di generare empatia anche verso i personaggi negativi. Pur tifando per il trionfo del bene, il lettore fatica a desiderare la loro scomparsa. Al contrario, spera in un ritorno, in un ultimo guizzo, forse perfino in una redenzione. I “cattivi” di questo romanzo sprigionano un fascino particolare, più complesso e sfaccettato rispetto ad altri lavori dell’autore.

Il finale, volutamente aperto, lascia in sospeso molte domande. Si chiude il libro con il forte desiderio di un seguito, con la speranza che quei personaggi ancora avvolti nel mistero possano tornare per svelare ciò che non è stato detto e che anche le vicende rimaste irrisolte possano finalmente trovare il loro lieto fine.